Età pensionabile in aumento, ma vita lavorativa più breve

Mentre l’età pensionabile in Italia continua a salire per allinearsi all’aumento della speranza di vita, il nostro Paese resta penultimo in Europa per durata media della vita lavorativa.
È quanto emerge da un’analisi de Il Corriere della Sera, basata sui dati della Ragioneria Generale dello Stato, che mette in luce il paradosso del sistema pensionistico italiano.

Perché si lavora meno in Italia

Le cause della breve vita lavorativa degli italiani sono molteplici:

  • ingresso tardivo nel mercato del lavoro, spesso dovuto al prolungamento degli studi.
  • precarietà e lavoro nero, che limitano la contribuzione effettiva.
  • difficoltà di accesso al primo impiego stabile e periodi di inattività.

Nei Paesi del Nord Europa, invece, l’ingresso nel mondo del lavoro avviene prima grazie a:

  • sistemi di formazione professionale più efficienti;
  • apprendistati e tirocini retribuiti;
  • politiche attive per i giovani e maggiore mobilità lavorativa.
Età pensionabile: verso i 70 anni entro il 2067

Secondo gli scenari di lungo periodo, dal 2027 l’età pensionabile – oggi fissata a 67 anni – continuerà a crescere, fino a 70 anni entro il 2067.
Un trend che solleva interrogativi sulla sostenibilità sociale del sistema e sull’effettiva possibilità per i lavoratori di mantenere un impiego fino a quell’età.

Confronto europeo: quanto si lavora in media

In Europa la vita lavorativa media è passata da 34,9 a 37,2 anni, con un incremento di 2,3 anni.
In Italia l’aumento è stato più contenuto: +2,1 anni, per un totale di 32,8 anni nel 2024, collocandoci penultimi nell’Unione Europea, davanti solo alla Romania (32,7 anni).

Ancora più ampio è il divario di genere: le donne italiane lavorano in media 28,2 anni, il dato più basso d’Europa.

Il paradosso italiano

L’Italia presenta un paradosso pensionistico unico: un’età di uscita dal lavoro tra le più alte d’Europa e una durata media lavorativa tra le più brevi.
Le cause?

  • Percorsi di studio più lunghi;
  • carriere discontinue fatte di stage, contratti a termine e lunghi periodi non retribuiti;
  • anni contributivi persi soprattutto all’inizio della carriera.
Il peso dei prepensionamenti

L’approfondimento de Il Corriere della Sera evidenzia anche l’impatto dei prepensionamenti.
Secondo i dati Inps, oggi ci sono oltre 16 milioni di beneficiari di prestazioni pensionistiche e circa 400.000 persone che percepiscono la pensione da più di 40 anni: molti di loro sono ex “baby pensionati”, usciti con largo anticipo dal mercato del lavoro.

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